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biagio – eastCOM Consulting

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About biagio

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Intervista al settimanale Estovest della TGR

By | Giugno 5th, 2017|Categories: Non categorizzato|

Domenica 2 aprile è andata in onda su Raitre, all’interno del settimanale Estovest della Testata Giornalistica Regionale, una breve intervista a Biagio Carrano, titolare della eastCOM Consulting, sul ruolo e le prospettive degli investimenti italiani in Serbia.

Cliccando sull’immagine qui sotto potrete rivedere la puntata.

Scenario dell’ICT nei Balcani/1

By | Febbraio 9th, 2017|Categories: Non categorizzato|Tags: , , , , |

Molto altro che call center.

Chi vede nell’Europa Sud Orientale solo una riserva di manodopera per lavorazioni e servizi a basso valore aggiunto dimostra scarsa consapevolezza dell’importanza che questa parte del continente ricopre nella filiera globale dell’Information and Communication Technology come nelle strategie di nearshoring di grandi multinazionali.

Grazie a sistemi educativi che sin dai tempi della cortina di ferro valorizzano l’istruzione tecnica e tecnologica, a un eccellente attitudine verso le lingue, alle affinità culturali e alla vicinanza fisica con i committenti occidentali, a spese di avviamento delle imprese e tassazioni estremamente competitive, non ultimo a salari significativamente più contenuti a parità di funzioni e competenze, i paesi dei Balcani si sono ritagliati un ruolo riconosciuto sul mercato internazionale del Business e Knowledge Process Outsourcing (BPO e KPO), dei servizi ITES (Information Technology Enabled Services), dello sviluppo di software gestionali o per l’intrattenimento fino ai servizi di penetration tests e di cybersecurity.

Vale la pena competere con l’Albania?

La recente vertenza Almaviva appena conclusasi con 2500 licenziamenti ha posto ancora una volta sotto i riflettori dei media il costante sviluppo dei servizi di call center albanesi. Pochi sanno che si è mosso addirittura il ministero dello sviluppo economico richiedendo a tutti gli uffici ICE dell’area di mappare i call center aperti nelle loro nazioni, mentre il 23 novembre un emendamento al ddl Stabilità ha imposto di comunicare a Mise, Ministero del Lavoro e Garante Privacy le delocalizzazioni di call center fuori dall’Unione e che l’offerta migliore non venga valutata in base al costo del lavoro. Ma si tratta ancora una volta di una battaglia di retroguardia di un sistema nazionale che prima crea occupazione a basso valore aggiunto (e dunque facilmente imitabile e contendibile) e poi si indigna se altre nazioni più efficienti sottraggono questi posti di lavoro comunque dequalificanti e con salari insufficienti a vivere decorosamente in Italia. Un attivismo della politica forse esagerato per salvaguardare occupazioni di ripiego, spesso create e soppresse in maniera estemporanea, grazie a milioni di euro, tramite la legge 407/90 e i contributi Fondo sociale europeo, spesi per sovvenzionare call center nel Meridione che comunque non potevano resistere alla competizione internazionale e sono spariti appena terminati gli incentivi. E il paradosso è che spesso queste sovvenzioni sono andate ad aziende che poi hanno chiuso al Sud per aprire in Albania.

In un settore che occupa non meno di 30.000 persone, IDC, Albacall, Fiber, Teleperformance sono i nomi di alcuni dei grandi operatori albanesi (per altro Albacall e Fiber a proprietà italiana) tornati dunque sotto l’interesse giornalistico per ribadire lo stereotipo consolatorio che i Balcani possono competere solo attraverso il dumping sociale. Senza voler ammettere che spesso il personale albanese ha una formazione migliore, conosce spesso anche l’inglese oltre all’italiano, vede queste occupazioni come un punto di partenza e non una trappola e considera gratificante un salario di 500 euro netti al mese.

Infrastrutture di rete di qualità

Mentre la miopia politica e imprenditoriale italiana vuole continuare a vedere e presentare i Balcani come un’opzione solo per il manifatturiero più maturo o i call center, i paesi dell’area hanno investito fortemente nelle infrastrutture di rete.

Secondo i dati della ricerca Akamai relativi al secondo trimestre 2016 la velocità media della rete internet italiana si fermava a 8,2 Mbps mentre Romania e Bulgaria registrano un valore doppio, rispettivamente con 15,8 e 15,4 Mbps, con la Romania al primo posto nel continente per picco di velocità, a un incredibile (per l’Italia) 84,2 Mbps. Per quanto riguarda la penetrazione della rete oltre i 15 Mbps la Romania è, assieme alla Svizzera, al secondo posto in Europa dopo la Norvegia con il 42% del totale mentre la Bulgaria è al quinto posto con il 39%. In questa classifica l’Italia arriva appena al 7,9% nonostante la crescita anno su anno del 158%. La Croazia è lievemente inferiore all’Italia per velocità di rete (7,7 Mbps), mentre una ricerca del 2015 indicava in 12,4 Mbps la velocità media della rete in Serbia.

(segue)

Belgrado, dove le imprese italiane diventano internazionali

By | Gennaio 18th, 2015|Categories: Non categorizzato|

Euroreportage, rubrica di Radio 24, ha dedicato una puntata alla Serbia e agli investimenti italiani nel paese dal titolo “Belgrado, dove le imprese italiane diventano internazionali”.

In particolare questa puntata del programma radiofonico si è soffermata sulle scelte che il paese balcanico dovrà affrontare per proseguire sul suo cammino verso l’integrazione europea, scelte che implicano anche la rinuncia agli accordi di libero scambio con i paesi ex-CSI (principalmente Russia, Bielorussia e Kazakhstan) i quali restano oggi uno dei principali fattori di attrazione degli investimenti diretti esteri.

La giornalista Claudia Vanni ha intervistato Stevan Nikčević, segretario di Stato al Ministero dell’Economia della Repubblica di Serbia, il capo della Delegazione dell’Unione europea in Serbia Michael Davenport, l’Ambasciatore d’Italia in Serbia Giuseppe Manzo e Biagio Carrano, direttore della società di consulenza di internazionalizzazione d’impresa eastCOM Consulting di Belgrado e ideatore e direttore del portale Serbian Monitor.

Cliccate sul titolo per ascoltare la puntata: Belgrado, dove le imprese italiane diventano internazionali”.

“Serbia, gli italiani cercano manodopera a basso costo. E sprecano talento”

By | Dicembre 16th, 2012|Categories: Non categorizzato|

Intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano per la rubrica “Cervelli in fuga”.

Biagio Carrano, classe 1972, era insegnante della Business School del Sole24ore ma si è buttato in una nuova avventura per aiutare le aziende che vogliono investire all’estero. “Spesso conducono battaglie di retroguardia e non si accorgono dei giovani”.

Non è mai troppo tardi per iniziare una nuova vita. Biagio Carrano l’ha fatto non per necessità, ma per scelta. Classe 1972, una formazione in gestione d’impresa, nel 2006 ha deciso di buttarsi in una nuova avventura in Serbia. “Tutto sommato il mio era un percorso lavorativo in crescita, all’epoca ero già insegnante della Business School del Sole24ore, e venivo da un’esperienza non proprio esaltante come dirigente esterno al Comune di Napoli. Volevo mettermi alla prova all’estero, e ho aperto una società di consulenza a Belgrado che lavora sull’internazionalizzazione delle imprese italiane, la comunicazione e il marketing”. Uno dei soci di Biagio era già esperto della zona, così la scelta è caduta sulla Serbia, un po’ per caso. Poi le cose non sono andate come previsto, i soci si sono tirati indietro e Biagio si è trovato al classico bivio: tornare o tentare? “Sono rimasto, e all’inizio è stato davvero faticoso, una prova che ti ricorda l’iniziazione dei guerrieri africani nella giungla. Ma è davvero un’esperienza che tutti dovrebbero poter fare, una volta nella vita”.

La sfida per Biagio era prima di tutto integrarsi e sviluppare le competenze per poter aiutare le aziende che vogliono investire in Serbia, fornendo loro informazioni sul contesto sociale, economico, sui fornitori e la legislazione del paese. Purtroppo, non tutti i clienti partono con il piede giusto: “Tante strutture italiane interessate alla Serbia puntano solo sul basso costo del lavoro, ma è una scelta perdente. Internazionalizzare un’azienda è una svolta coraggiosa, ma richiede intelligenza e una grande apertura mentale. Qui ci sono altissime competenze linguistiche ed informatiche, giovani attorno ai 25 anni già molto responsabili e affidabili: dispiace vedere le aziende italiane che anche all’estero conducono solo battaglie di retroguardia. Lavorare, vivere o investire all’estero non implica per forza un impoverimento del paese d’origine se quel paese sa valorizzare le competenze e le esperienze che sono state acquisite altrove”. Con l’Italia, Biagio mantiene un rapporto continuo, grazie alla sua attività di formatore e al suo blog, l’Immateriale, in cui scrive di comunicazione, marketing e management: “Posso quasi dire di aver creato più connessioni con il blog che quando vivevo a Milano. Siamo cervelli in rete, le distanze geografiche ormai sono superabili. Nel web partecipiamo ai dibattiti politici e creiamo opinioni, a prescindere dall’essere in Italia o all’estero”.

Secondo Biagio, ci sono molte possibilità di lavoro che si nascondono nel sottovalutato mondo della rete: “Prendiamo la campagna elettorale di Obama, o del suo avversario: un team di decine di giovani si occupava solo dei media sociali. È un lavoro che richiede software, ma anche intelligenze, persone che stiano a leggere, a fare connessioni, che siano creative e che magari abbiano una formazione umanistica, perché non è vero che la cultura non dia lavoro o servano solo ingegneri. C’è un sacco di talento sprecato, lo dico anche da formatore. Non sappiamo valorizzare chi merita, e lo perdiamo due volte. Prima, non dandogli le possibilità di lavoro, poi continuando a non accorgerci dei giovani quando hanno accumulato esperienza, magari grazie a chi ha dato loro fiducia all’estero. Il problema è della politica, delle classi dirigenti, che si ostinano a considerare perduta questa generazione per una scelta di comodo. Non siamo perduti, non siamo neppure lontani: siamo vicinissimi, solo che il nostro paese non se ne accorge e prosegue nelle sue vischiosità dando spazio a rapporti personali anziché valorizzando il merito. E più si sale di livello, più è così”. La posizione privilegiata di Biagio mostra due facce dello stesso problema: in Serbia, alcune aziende italiane sperano di delocalizzare per pagare meno la manodopera. In Italia, si sottopagano i giovani con stage e collaborazioni: “Nell’arco di pochi anni, ho visto le imprese e le società di consulenza offrire sempre meno, fino a niente di più che stage gratuiti. Non mi venite a dire che una multinazionale della comunicazione va in bancarotta se paga un rimborso spese. L’immobilismo che viviamo è causato dalla mancanza di coraggio nell’investire sui giovani. Omologazione, conformismo, paura di correre rischi: questi sono i mali dell’Italia”.