Molto altro che call center.

Chi vede nell’Europa Sud Orientale solo una riserva di manodopera per lavorazioni e servizi a basso valore aggiunto dimostra scarsa consapevolezza dell’importanza che questa parte del continente ricopre nella filiera globale dell’Information and Communication Technology come nelle strategie di nearshoring di grandi multinazionali.

Grazie a sistemi educativi che sin dai tempi della cortina di ferro valorizzano l’istruzione tecnica e tecnologica, a un eccellente attitudine verso le lingue, alle affinità culturali e alla vicinanza fisica con i committenti occidentali, a spese di avviamento delle imprese e tassazioni estremamente competitive, non ultimo a salari significativamente più contenuti a parità di funzioni e competenze, i paesi dei Balcani si sono ritagliati un ruolo riconosciuto sul mercato internazionale del Business e Knowledge Process Outsourcing (BPO e KPO), dei servizi ITES (Information Technology Enabled Services), dello sviluppo di software gestionali o per l’intrattenimento fino ai servizi di penetration tests e di cybersecurity.

Vale la pena competere con l’Albania?

La recente vertenza Almaviva appena conclusasi con 2500 licenziamenti ha posto ancora una volta sotto i riflettori dei media il costante sviluppo dei servizi di call center albanesi. Pochi sanno che si è mosso addirittura il ministero dello sviluppo economico richiedendo a tutti gli uffici ICE dell’area di mappare i call center aperti nelle loro nazioni, mentre il 23 novembre un emendamento al ddl Stabilità ha imposto di comunicare a Mise, Ministero del Lavoro e Garante Privacy le delocalizzazioni di call center fuori dall’Unione e che l’offerta migliore non venga valutata in base al costo del lavoro. Ma si tratta ancora una volta di una battaglia di retroguardia di un sistema nazionale che prima crea occupazione a basso valore aggiunto (e dunque facilmente imitabile e contendibile) e poi si indigna se altre nazioni più efficienti sottraggono questi posti di lavoro comunque dequalificanti e con salari insufficienti a vivere decorosamente in Italia. Un attivismo della politica forse esagerato per salvaguardare occupazioni di ripiego, spesso create e soppresse in maniera estemporanea, grazie a milioni di euro, tramite la legge 407/90 e i contributi Fondo sociale europeo, spesi per sovvenzionare call center nel Meridione che comunque non potevano resistere alla competizione internazionale e sono spariti appena terminati gli incentivi. E il paradosso è che spesso queste sovvenzioni sono andate ad aziende che poi hanno chiuso al Sud per aprire in Albania.

In un settore che occupa non meno di 30.000 persone, IDC, Albacall, Fiber, Teleperformance sono i nomi di alcuni dei grandi operatori albanesi (per altro Albacall e Fiber a proprietà italiana) tornati dunque sotto l’interesse giornalistico per ribadire lo stereotipo consolatorio che i Balcani possono competere solo attraverso il dumping sociale. Senza voler ammettere che spesso il personale albanese ha una formazione migliore, conosce spesso anche l’inglese oltre all’italiano, vede queste occupazioni come un punto di partenza e non una trappola e considera gratificante un salario di 500 euro netti al mese.

Infrastrutture di rete di qualità

Mentre la miopia politica e imprenditoriale italiana vuole continuare a vedere e presentare i Balcani come un’opzione solo per il manifatturiero più maturo o i call center, i paesi dell’area hanno investito fortemente nelle infrastrutture di rete.

Secondo i dati della ricerca Akamai relativi al secondo trimestre 2016 la velocità media della rete internet italiana si fermava a 8,2 Mbps mentre Romania e Bulgaria registrano un valore doppio, rispettivamente con 15,8 e 15,4 Mbps, con la Romania al primo posto nel continente per picco di velocità, a un incredibile (per l’Italia) 84,2 Mbps. Per quanto riguarda la penetrazione della rete oltre i 15 Mbps la Romania è, assieme alla Svizzera, al secondo posto in Europa dopo la Norvegia con il 42% del totale mentre la Bulgaria è al quinto posto con il 39%. In questa classifica l’Italia arriva appena al 7,9% nonostante la crescita anno su anno del 158%. La Croazia è lievemente inferiore all’Italia per velocità di rete (7,7 Mbps), mentre una ricerca del 2015 indicava in 12,4 Mbps la velocità media della rete in Serbia.

(segue)